#LoveHasNoLabels, ovvero: i pregiudizi che pensavi di non avere e invece hai

D I S . A M B . I G U A N D O

Love Has No Labels - Logo

Da alcune settimane il video della campagna Love Has No Labels è fra i più visti al mondo. Girato a Santa Monica, in California, il giorno di San Valentino, è stato realizzato dall’agenzia di comunicazione R/GA per Ad Council, un’organizzazione non profit statunitense. Obiettivo: favorire e diffondere la comprensione e accettazione di tutte le persone, senza discriminazioni di razza, religione, etnia, orientamento sessuale, età, disabilità e/o capacità individuali. Per commentare il video bastano tre parole:

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“Not dark yet” da “Time out of mind” Bob Dylan

Shadows are falling and I’ve been here all day 
Cadono le ombre, ed io sono stato qui l’intero giorno
It’s too hot to sleep and time is running away 

Troppo caldo per dormire, e il tempo che rotola via
Feel like my soul has turned into steel 

La mia anima ora si è rivoltata in acciaio
I’ve still got the scars that the sun didn’t heal 

Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
There’s not even room enough to be anywhere 

E neppure un posto per stare in un posto qualunque
It’s not dark yet, but it’s getting there 

Buio non è ancora, ma presto lo sarà

Well my sense of humanity has gone down the drain 
Nobile umana natura, gocciolata via nella fogna
Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain 

Dietro ad ogni lama di bellezza, ho sempre incrociato rinnovato dolore
She wrote me a letter and she wrote it so kind 

Mi hai scritto una lettera, ed era così gentile
She put down in writing what was in her mind 

Nelle parole ci hai messo tutto quello che la tua anima poteva ospitare
I just don’t see why I should even care 

Ma c’è qualche ragione per cui tutto questo dovrebbe importarmi?
It’s not dark yet, but it’s getting there 

Buio non è ancora, ma presto lo sarà 

Well, I’ve been to London and I’ve been to go Paris
Visitatore di passaggio a Londra e a Parigi,
I’ve followed the river and I got to the sea 

seguace del fiume per giungere al mare
I’ve been down on the bottom of a world full of lies 

visitatore del fondo del mondo delle menzogne
I ain’t looking for nothing in anyone’s eyes 

Non cerco più niente negli occhi degli altri
Sometimes my burden is more than I can bear 

Perché a volte il peso sembra più possente di me
It’s not dark yet, but it’s getting there 

Buio non è ancora, ma presto lo sarà

I was born here and I’ll die here against my will 
Qui sono nato, qui morirò mio malgrado
I know it looks like I’m moving, but I’m standing still 

Sembrava che avessi sempre corso, ma sono sempre stato qui fermo
Every nerve in my body is so vacant and numb 

Assenti evanescenti fibre del mio corpo
I can’t even remember what it was I came here to get away from 

Non ricordo neppure da dove fuggivo, quando sono caduto qui dentro
Don’t even hear a murmur of a prayer 

Non sento neppure il mormorio di una preghiera
It’s not dark yet, but it’s getting there 

Buio non è ancora, ma presto lo sarà


Music video by Bob Dylan performing Not Dark Yet. (C) 1997 SONY BMG MUSIC ENTERTAINMENT

Tutta la bellezza un giorno deve morire

L’azzurro del cielo stava per lasciare spazio ai colori del tramonto quando camminavo lungo un sentiero che non sapevo dove mi avrebbe portata. Avevo le labbra scarlatte, la pelle come neve, indossavo una veste di seta più bianca delle nuvole e i miei capelli erano scompigliati dal vento.
Vagavo in un fitto bosco di vegetazione accompagnando i miei passi leggeri su quella terra umida e fangosa, mentre lo stupore mi acconciava il viso; ma, in cuor mio, avvertivo una sensazione: avevo come un macigno sul petto che mi opprimeva, un’inquietudine più nera di quei corvi che planavano al di sopra del mio capo.
Lungo il sentiero i miei occhi si posarono su un nido che veniva abbandonato da battiti d’ali non ancora pronti per attraversare i freddi cieli di quell’autunno dolciastro. Nella solitudine dei miei passi incerti incominciavo ad intonare canti antichi, quasi come se potessi ritornare indietro nel tempo. Il cielo d’un tratto cambiava intensità di colori: dall’azzurro più chiaro cominciava a dipingersi di un grigio fumo sempre più scuro, più fitto. Lui era lì, dall’altra parte del ruscello. Mi attendeva e mi sorrideva come si fa con chi hai atteso per un lasso di tempo.
Il mio tremito si calmò alla sua vista. Mi avvicinai a lui, che, nello stesso istante, si chinò lungo la sponda del ruscello cogliendo una rosa selvatica, la più sanguigna tra tutte. I suoi capelli colore nero corvino accentuavano il contrasto con il pallore della sua pelle, ma i suoi occhi quel giorno avevano una strana e inspiegabile luce. Non erano più verdi “foglia d’autunno”, quasi avevano preso il colore di quel cielo plumbeo e gonfio di lacrime in procinto di esplodere, sotto il quale mi trovavo.  Un’insolita gioia mi pervase il cuore e l’inquietudine sparì al contatto con le sue mani. Porgendomi quella rosa mi sussurrò parole dolci, e mi chiese: “Mi regalerai il tuo dolore e la tua perdizione?”.  Non capii cosa mi chiese esattamente, ma in quell’attimo io acconsentii con un battito di ciglia e, a quel punto, mi strinse tra le sue braccia accoglienti accarezzandomi il viso e sciogliendomi i capelli da quel fiocco rosso, che s’intonava perfettamente alle mie labbra. Le sue labbra carnose erano così calde che accolsero le mie, sottili ed esili. Camminammo lungo la sponda del ruscello, l’acqua scorreva inesorabile mentre il cinguettio degli uccelli che accompagnava i nostri passi sembrava dissolversi pian piano.  Quando tutto d’un tratto lui si scostò e si mise davanti a me quasi a volermi impedire il cammino per qualche secondo; estrasse dalla sua tasca una piccola ampolla di vetro, dove con maestria intinse il gambo spinoso di quella rosa selvatica sanguigna che poco prima mi aveva regalato, prelevando del miele. Si avvicinò delicatamente alle mie labbra cercando di sfiorarle, e io, spaurita e ingenua, mi scostai prima ancora che lui potesse posarvici il gambo. Tranquillizzandomidisse: “Un giorno scoprirai cos’è l’Amore: è il dolce del miele e l’amara ferita di una spina”. In quel preciso istante si avvicinò e mi dipinse le labbra con il miele, per poi ferirmi. Non feci in tempo a proferire parola quand’egli posò di nuovo le sue labbra sulle mie. Ciò suggerì un dolce abbandono ai miei sensi e, mentre il sangue lento usciva, io non sentivo più dolore. Mi sollevò delicatamente da terra con la forza delle sue larghe e grandi mani bianche, e a quel punto ci distendemmo sul prato appena sulla banchina del fiume. Lui intrecciava parole come trame di un canto al mio orecchio e fiori per i miei capelli. Rapido e cortese, mi infondeva fiducia e serenità. Nel ruscello galleggiavano candide ninfee azzurre e bianche, che perdevano il loro colore sotto quel cielo incerto che ormai doveva far spazio alla notte incombente. Il cinguettio sembrava essersi dissolto in un silenzio assordante che, ad intervalli, veniva interrotto dal fruscio dei salici piangenti alle nostre spalle. L’aria cambiava, l’umidità iniziava a posarsi sulla mia pelle. Distesi vicino all’acqua, l’uno accanto all’altro, nascondevo in me con pudore la purezza di un giglio che nessuno aveva mai colto. Lui sfiorandomi il collo con le mani sudate, scostava i veli dai miei seni madreperla e acerbi, accarezzandoli fra lo spettacolo dolce del prato umido. La leggera brezza notturna mi gelò i sensi e fece riaffiorare in me quel senso di profonda inquietudine. Ricordo solo l’incupirsi del suo sguardo, quando udii la sua voce appena sussurrata che diceva: ”Ecco cos’è l’Amore: tutta la bellezza un giorno deve morire!”. Così, all’improvviso, lo vidi sopra di me con un pugnale che mi piantò dritto in petto mentre avevo ancora la sua rosa in mano, tra le dita. Fino ad allora non mi aveva lasciato segni sui seni, ma in quell’istante, che sembrava eterno, lui li spezzò, forse erano troppo acerbi e candidi. Forse l’Amore non era adulto quando spalancai le mie labbra al suo ingorgo di parole e attenzioni? Ma senza che gli altri ne sapessero nulla, io gli lasciai il mio cuore e la mia anima d’improvviso prese il volo in quel paesaggio, mi sollevai da terra ed era come se potessi osservarmi dall’alto… Non un urlo, non un gemito, solo il silenzio e il suo respiro affannoso su di me. Così ondeggiavo distesa nelle gelide acque di quel ruscello, la luna mi illuminava il viso, le mie vesti si aprivano come un giglio enorme, mentre io scambiavo la morte per dolce sonno. Infine, con un sorriso angoscioso, mi diede l’ultimo bacio, mi socchiuse gli occhi e, sottraendomi la rosa selvatica dalle dita me la piantò tra i denti lasciando il mio corpo fluire nelle acque di un ruscello che mi strappò alla vita.G.L.

Foto di Francesca Lazzarano

Il brano “Where the wild roses grow”  di Nick Cave & The Bad Seeds è stata fonte di grande ispirazione prima di tutto nella vita e poi nella scrittura di questo breve racconto… Buon ascolto.

Sold out all’anteprima dello spettacolo “Il libro di Morgan dal vivo” al Teatro Franco Parenti di Milano il 03/03/2015

Marco Castoldi, in arte Morgan, incanta il pubblico con la messinscena della sua vita a teatro 

locandina morganL’anteprima dello spettacolo  Il libro di Morgan dal vivo ha avuto luogo il 3 marzo nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano con la “complicità” dei compagni di una vita: i Bluvertigo. Il libro di Morgan dal vivo è stato uno spettacolo che si è mosso – come annunciato – tra parole, immagini e performance live. A pochi giorni dallo spettacolo è stato sold out. La sorella dell’artista Morgan, Roberta Castoldi, ne ha curato la sceneggiatura e la regia mentre la scenografia è stata curata e ideata da Luca Volpati.
Alle ore 21.33 del 3 marzo il largo sipario della Sala Grande che separa il palcoscenico dal pubblico, scorrendo, s’apre. Marco Castoldi in arte Morgan entra in scena in frac e jeans grigio, fumando una sigaretta che lascia una densa scia di fumo dietro di sé: a tratti l’artista sembra ricordare colui che fu definito l’ultimo dei poètes maudits, Serge Gainsbourg, non a caso uno dei suo mentori.
E’ chiaro fin dalle prime parole e dalla voce che riecheggiando nel teatro le pronuncia, che prima di Morgan è Marco Castoldi, l’uomo e artista, a voler mettere in scena la propria autobiografia.
Infatti, lo spettacolo inizia con la narrazione e la lettura delle prime pagine del libro – o meglio – con un’interpretazione pregna di significati e dettagli, con una giusta intonazione vocale su ogni frase, periodo e parola.
E’ come se non esistesse distanza tra palcoscenico e pubblico, tra artista e spettatore, è come se Marco Castoldi quelle distanze volesse annullarle per parlare ad ogni spettatore presente in sala. E ciò lo fa nel migliore dei modi: raccontandosi senza contraddizioni o filtri. Morgan non recita, e la sensazione che trasmette allo spettatore è quella di una persona sicura che sul palco si sente a casa. Proprio lì tra le sue cose, tra le sue carte, tra i suoi strumenti che padroneggia con destrezza.
Marco Castoldi di sé scrive e dice: «Sono una specie di personaggio di un romanzo, sono uno che attira l’attenzione e non sempre volontariamente. Sono uno di cui si parla e si scrive, sono uno che la gente conosce anche se non mi conoscono, perché io sono pubblico, statale. In pratica ho cambiato tanti mestieri nella vita ma in ognuno di questi c’è sempre stata la presenza di due elementi, o concetti: un palco, degli spettatori. Un uomo di spettacolo, ma non generico, non ho mai fatto il presentatore, preferisco essere presentato, per rappresentare qualcosa. Quasi esclusivamente musica.»
I minuti scorrono, il tempo fugge ma non è un problema: l’artista è un fiume in piena, inizia a parlare dell’importanza delle scritte-sui-muri, ottimo mezzo per sapere chi entra nel suo camerino! Narra della sua vita frenetica, dei giorni che scorrono talvolta lentamente, del trambusto che vi è vicino casa sua, di casa sua e di molto altro.
Nell’atto primo: “IO” è l’uomo Marco Castoldi, in arte Morgan, che mette il suo cuore a nudo parlando di sé e del rapporto che ha con la musica, quindi con la perfomance e il palcoscenico: «Quando sono su un palco sento che tutto va come deve andare; mi sento a casa. Infatti casa mia è come il palco di un teatro: non ha muri, è divisa non da muri ma da dei sipari. Non c’è luce in casa mia. È un palco buio.»
Parla, poi, del significato della parola “bella vita” all’interno della sua esistenza, della bellezza che c’è nel con-dividere con gli altri la propria storia e le proprie idee, del rapporto con il letto coniugale e dell’importanza dei ricordi che ognuno conserva in relazione alle proprie esperienze.
Si esibisce al piano in “Sonno-Sonno” mentre sullo schermo vengono proiettate immagini e video personali, inediti accuratamente scelti. Sono immagini di vita che ritraggono l’infanzia, la giovinezza e la paternità.
E’ con nostalgia, tornando indietro nel tempo, che Morgan ricorda il suo primo concerto: quello di Roberto Vecchioni; di lui, infatti, Morgan dice che più che cantare, parlava. Guardando mamma Luciana e papà Mario, il piccolo Marco non poteva che restare attento e cercare di capire il motivo di tanta attenzione.
Uno tra gli atti più emozionanti e coinvolgenti, è il secondo: l’Amore. Morgan inizia con il parlare di questo «sentimento assurdo» – appunto, l’amore – con cui ogni essere umano nel corso della propria esistenza prima o poi si confronta.
Pochi istanti più tardi dall’interpetazione di alcune delle sue pagine inerenti al capitolo che riguarda l’aspetto sentimentale della sua vita, Morgan, non è più solo sul palco. I Bluvertigo salgono sul palco e all’unisono eseguono “Complicità”, tutto si tinge di rosso, l’atmosfera è calda, c’è chi canta, chi si emoziona e chi stupito osserva e ascolta senza proferire parola. Momento magico. In questo atto l’artista ci tiene a ricordare che  «l’amore non è una cosa che conta ma una casa che canta».Morgan
Inutile dire che durante lo spettacolo Morgan è sia artista che spettatore: è, infatti, un attento osservatore in quanto riesce a uscire fuori da sé e con astuto spirito di osservazione mischia momenti alti di spettacolo con momenti di humor e ironia, racconta ad esempio l’aneddoto di oggetti e libri che scompaiono in casa sua esattamente nel momento in cui li cerca, per scoprire poi che vengono riposti in altra maniera dalla sua collaboratrice domestica.
Non c’è un ordine cronologico nelle narrazioni e interpretazioni dei passi dell’autobiografia, piuttosto l’autore si serve di momenti, riflessioni, impressioni e sensazioni del passato per raccontare la persona che è oggi; parla della folgorazione adolescenziale per l’album Black Celebration dei Depeche Mode affermando: «Quando ho inziato a fare musica pop, ho sempre preso di riferimento quell’album».
Nell’atto terzo, si parla della musica. Morgan racconta della sua passione sfrenata per i sintetizzatori, di quando suo padre durante un Natale, non voleva esaudire il desiderio di un Marco adolescente e comprargli un synth perché preferiva che suo figlio si comprasse un montone per riscaldarsi. Racconta, poi, di aver capito di poter fare ciò che fa ora, ovvero l’istrione da palcoscenico, quando a cinque anni i genitori lo portarono a messa e lui uscì fuori a dare spettacolo capendo, in quel momento, di riuscire ad attirare l’attenzione su di sé ballando e cantando. Oltretutto ottenendo compenso: gli furono comprati dei ghiaccioli che papà Mario restituì.
Morgan non si stanca di parlare e di raccontarsi, si serve di molti flashback nel corso dello spettacolo, scandaglia la sua esistenza fino ad arrivare agli albori dei Bluvertigo. Prima ancora dei Bluvertigo parla degli Smoking’ Cocks, duo formato da Morgan stesso e Andrea Fumagalli (è da quest’ultimo cognome che il duo prende il nome); o ancora di quelle volte che si scioperava e da Monza si andava a bigiare a Milano, sul tetto del Duomo unico modo affinché i genitori non potessero trovarli.
E ancora racconta dell’incontro avvenuto con Pancaldi alla “festa di Masetto”, della conoscenza in Villa Reale con Sergio Carnevale (che diventerà poi batterista dei Bluvertigo) – con un groove da dio! – , dell’entrata di Livio Magnini (bassista) nella band dopo l’uscita di Marco Pancaldi. Morgan quasi con commozione afferma che il fatto che Livio Magnini e Marco Pancaldi fossero sullo stesso palco è il coronamento di un sogno: l’uno non sarebbe potuto esserci senza l’altro. I Bluvertigo non sarebbero mai stati ciò che sono stati e soprattutto che sono oggi.
Quarto atto: è l’inevitabile atto in cui si narra e parla degli “stronzi”. Si tratta di tutte quelle persone che come si diceva all’inizio parlano di Marco Castoldi in arte Morgan senza conoscerlo, eppure lo fanno e il più delle volte nei peggiori dei modi.

Ultimo e quinto atto dello spettacolo sul libro di Morgan dal vivo è: Dio. L’artista parla del mistero della trinità, e si dice vicino a quella che è la figura storica di Cristo. E’ contro quelle che sono le rappresentazioni simboliche e iconografiche dello stesso Cristo morente in croce. Se Cristo è stato un buon uomo che predicava l’amore, la pace e la fratellanza perché allora rappresentarlo in croce, sofferente?
E’ con questa riflessione che l’artista si congeda e la messa-in-scena si conclude.
Il pubblico è felice, e si unisce in un lungo e caloroso applauso pregno di soddisfazione ed estasi. Morgan è riuscito a esprimersi a pieno, a unirsi e con-dividere le sue storie, le sue idee. Il libro di Morgan dal vivo è uno spettacolo indescrivibile, perché va vissuto, visto, ascoltato e soprattutto letto da chi ha dedicato la propria vita all’arte e alla condivisione della cultura.
Chapeau a Marco Morgan Castoldi.

Giusy Lazzarano