Tutta la bellezza un giorno deve morire

L’azzurro del cielo stava per lasciare spazio ai colori del tramonto quando camminavo lungo un sentiero che non sapevo dove mi avrebbe portata. Avevo le labbra scarlatte, la pelle come neve, indossavo una veste di seta più bianca delle nuvole e i miei capelli erano scompigliati dal vento.
Vagavo in un fitto bosco di vegetazione accompagnando i miei passi leggeri su quella terra umida e fangosa, mentre lo stupore mi acconciava il viso; ma, in cuor mio, avvertivo una sensazione: avevo come un macigno sul petto che mi opprimeva, un’inquietudine più nera di quei corvi che planavano al di sopra del mio capo.
Lungo il sentiero i miei occhi si posarono su un nido che veniva abbandonato da battiti d’ali non ancora pronti per attraversare i freddi cieli di quell’autunno dolciastro. Nella solitudine dei miei passi incerti incominciavo ad intonare canti antichi, quasi come se potessi ritornare indietro nel tempo. Il cielo d’un tratto cambiava intensità di colori: dall’azzurro più chiaro cominciava a dipingersi di un grigio fumo sempre più scuro, più fitto. Lui era lì, dall’altra parte del ruscello. Mi attendeva e mi sorrideva come si fa con chi hai atteso per un lasso di tempo.
Il mio tremito si calmò alla sua vista. Mi avvicinai a lui, che, nello stesso istante, si chinò lungo la sponda del ruscello cogliendo una rosa selvatica, la più sanguigna tra tutte. I suoi capelli colore nero corvino accentuavano il contrasto con il pallore della sua pelle, ma i suoi occhi quel giorno avevano una strana e inspiegabile luce. Non erano più verdi “foglia d’autunno”, quasi avevano preso il colore di quel cielo plumbeo e gonfio di lacrime in procinto di esplodere, sotto il quale mi trovavo.  Un’insolita gioia mi pervase il cuore e l’inquietudine sparì al contatto con le sue mani. Porgendomi quella rosa mi sussurrò parole dolci, e mi chiese: “Mi regalerai il tuo dolore e la tua perdizione?”.  Non capii cosa mi chiese esattamente, ma in quell’attimo io acconsentii con un battito di ciglia e, a quel punto, mi strinse tra le sue braccia accoglienti accarezzandomi il viso e sciogliendomi i capelli da quel fiocco rosso, che s’intonava perfettamente alle mie labbra. Le sue labbra carnose erano così calde che accolsero le mie, sottili ed esili. Camminammo lungo la sponda del ruscello, l’acqua scorreva inesorabile mentre il cinguettio degli uccelli che accompagnava i nostri passi sembrava dissolversi pian piano.  Quando tutto d’un tratto lui si scostò e si mise davanti a me quasi a volermi impedire il cammino per qualche secondo; estrasse dalla sua tasca una piccola ampolla di vetro, dove con maestria intinse il gambo spinoso di quella rosa selvatica sanguigna che poco prima mi aveva regalato, prelevando del miele. Si avvicinò delicatamente alle mie labbra cercando di sfiorarle, e io, spaurita e ingenua, mi scostai prima ancora che lui potesse posarvici il gambo. Tranquillizzandomidisse: “Un giorno scoprirai cos’è l’Amore: è il dolce del miele e l’amara ferita di una spina”. In quel preciso istante si avvicinò e mi dipinse le labbra con il miele, per poi ferirmi. Non feci in tempo a proferire parola quand’egli posò di nuovo le sue labbra sulle mie. Ciò suggerì un dolce abbandono ai miei sensi e, mentre il sangue lento usciva, io non sentivo più dolore. Mi sollevò delicatamente da terra con la forza delle sue larghe e grandi mani bianche, e a quel punto ci distendemmo sul prato appena sulla banchina del fiume. Lui intrecciava parole come trame di un canto al mio orecchio e fiori per i miei capelli. Rapido e cortese, mi infondeva fiducia e serenità. Nel ruscello galleggiavano candide ninfee azzurre e bianche, che perdevano il loro colore sotto quel cielo incerto che ormai doveva far spazio alla notte incombente. Il cinguettio sembrava essersi dissolto in un silenzio assordante che, ad intervalli, veniva interrotto dal fruscio dei salici piangenti alle nostre spalle. L’aria cambiava, l’umidità iniziava a posarsi sulla mia pelle. Distesi vicino all’acqua, l’uno accanto all’altro, nascondevo in me con pudore la purezza di un giglio che nessuno aveva mai colto. Lui sfiorandomi il collo con le mani sudate, scostava i veli dai miei seni madreperla e acerbi, accarezzandoli fra lo spettacolo dolce del prato umido. La leggera brezza notturna mi gelò i sensi e fece riaffiorare in me quel senso di profonda inquietudine. Ricordo solo l’incupirsi del suo sguardo, quando udii la sua voce appena sussurrata che diceva: ”Ecco cos’è l’Amore: tutta la bellezza un giorno deve morire!”. Così, all’improvviso, lo vidi sopra di me con un pugnale che mi piantò dritto in petto mentre avevo ancora la sua rosa in mano, tra le dita. Fino ad allora non mi aveva lasciato segni sui seni, ma in quell’istante, che sembrava eterno, lui li spezzò, forse erano troppo acerbi e candidi. Forse l’Amore non era adulto quando spalancai le mie labbra al suo ingorgo di parole e attenzioni? Ma senza che gli altri ne sapessero nulla, io gli lasciai il mio cuore e la mia anima d’improvviso prese il volo in quel paesaggio, mi sollevai da terra ed era come se potessi osservarmi dall’alto… Non un urlo, non un gemito, solo il silenzio e il suo respiro affannoso su di me. Così ondeggiavo distesa nelle gelide acque di quel ruscello, la luna mi illuminava il viso, le mie vesti si aprivano come un giglio enorme, mentre io scambiavo la morte per dolce sonno. Infine, con un sorriso angoscioso, mi diede l’ultimo bacio, mi socchiuse gli occhi e, sottraendomi la rosa selvatica dalle dita me la piantò tra i denti lasciando il mio corpo fluire nelle acque di un ruscello che mi strappò alla vita.G.L.

Foto di Francesca Lazzarano

Il brano “Where the wild roses grow”  di Nick Cave & The Bad Seeds è stata fonte di grande ispirazione prima di tutto nella vita e poi nella scrittura di questo breve racconto… Buon ascolto.

“Amore è vita e mai la vita muore” (Emily Dickinson)

A tutti gli indifferenti, ai troppo attenti, a quelli sordi e ai ciechi che non vedono né sentono questo sentimento. Ai vincitori ma sopratutto ai vinti, che si riempiono di questo sentimento comunemente chiamato “amore”, e ne traboccano al contrario dei molti.
A quelli che sono “tutti d’un pezzo”, nelle parole ma anche nei gesti.
A tutti quelli felici e infelici.
Ma anche a tutti anche quegli abili parolieri che credono di amare, ma amano solo la finzione delle loro stesse parole, l’illogicità dei bui monologhi in cui inciampano: contraddistinti da una vigliaccheria che li accomuna tra di loro, proprio come un branco di pecore forma una scia multiforme di belati e scampanellate confuse.
A tutti quegli altri che inciampano nel buio, che si affidano agli altri due occhi anziché vedere con i propri seppure “offuscati”; a tutti quelli quelli che pensano, agiscono per due anziché solo per se stessi, sbagliando. Ma chi ama non sbaglia mai.
A tutti quelli insomma che amano e vivono l’amore, felice, infelice, giusto, ingiusto, appagante o tormentato piuttosto che non amare e morire. Perché lentamente muore chi non ama.

G.L.

Emily Dickinson